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martedì 30 aprile 2013

Il copricapo piumato è l'immagine che simboleggia questa terra.
Il Nativo d'America è l'uomo che nel tempo, è stato modellato dalla stessa mano che ha creato le montagne, le foreste, le praterie e i fiumi. Questa terra è sua, che si tratti della regione delle foreste,delle praterie, dei pueblos o delle mesas. Un tempo quest'uomo cresceva e viveva liberamente, come i cavalli nelle praterie o come il bufalo. Quest'uomo si accostava alla sua esistenza in modo che portò ad un intenso e totale amore per la natura, ad un rispetto per la vita, ad una profonda fede nel Potere Supremo e in principi quali l'onestà, la verità, la generosità, la fratellanza e la giustizia.

Sento i tamburi. Sento il cuore dei tamburi che mostrano dove siamo stati e cosa abbiamo fatto. Sento il battito di un cuore distante nel momento in cui il mondo si distorce e noi cadiamo.
Sento i tamburi che rimbombano nella mia testa e che mostrano l’amore dei vivi e dei morti.
Spiriti Guida mostratemi la Strada.
Quello che io vedo oggi, è quello che deve essere? E’ scritto in pietra? Saremo soli per sempre?
Sento il battito di un tamburo distante, sento le canzoni.
Ballate e mormorate.
Sento il tono del mondo che gira nel momento in cui io guardo in cerca di quel suono.
Spiriti Insegnanti sia vicini che lontani.
Siamo noi destinati a perdere ciò che abbiamo così caro?
Possiamo noi cambiare questo futuro che io vedo, o moriremo? Dobbiamo morire? Deve essere proprio così?
Sento le voci che gridano forte, vedo il sole attraverso le nuvole, vedo la pioggia che cade dal cielo, che cade sulla mia gente mentre noi cominciamo a morire.
Cerco la voce del mistero. Gli Dèi la cui volontà dichiara che cosa dovrà essere.
Vi chiedo adesso: potete salvare questa razza?
O gli strumenti sono già persi?
Sento la canzone di un cuore che batte, sento l’inizio del tam tam degli Dèi, sento che la pioggia comincia a lavare via il sangue versato per il male in questo giorno e così loro mi dicono:
“a chiunque sentirà per far cessare la violenza dovete far cessare la paura. La cura richiesta per salvarvi dal vostro odio è già qui. State solo perdendo tempo.”
Sto ascoltando i battiti del tamburo levati verso il cielo. Sto ascoltando e guardando la mia gente che comincia a morire. Rendiamo il mondo migliore. Non lasciate che muoiano invano. Non lasciate che il loro sangue scorra invano
Sento i tamburi battere lontano...............

sabato 27 aprile 2013

Coyote aveva una casa. Cacciava conigli per fare una coperta di pelle di coniglio. Quando ebbe tantissime pelli cominciò a fare la coperta a casa sua. Mentre stava lavorando alla coperta vide un'ombra passare dalla porta. Uscì per vedere cosa fosse e vide una donna correre. Aveva una coda di coniglio sul didietro. Inseguì la donna e lei corse verso ovest. Coyote correva molto velocemente ma non riuscì a raggiungerla. La inseguì fino all'oceano.
Al limitare dell'oceano la donna si fermò e si sedette. Ella disse: "Mi stenderò sul dorso e nuoterò portandoti sopra di me". Cominciarono la traversata con la donna che lo trasportava. Erano da poco partiti quando Coyote si spostò e la donna lo rovesciò in acqua. Coyote aveva già deciso che se si fosse sbarazzata di lui si sarebbe trasformato in un insetto d'acqua ("un piccolo insetto con lunghe zampe che scorre sull'acqua"). Quando fu spinto in acqua si trasformò in un insetto d'acqua e attraversò l'oceano. Raggiunse l'altra riva prima della donna.
Quandò Coyote giunse dall'altra parte trovò un albero e si costruì un arco. Prese dall'acqua della roba verde filamentosa che mise sulla parte posteriore del suo arco invece del nerbo e fabbricò la corda dello stesso materiale. Poi trovò delle canne, fece le frecce, cominciò a tirare alle anatre e le portò a casa della donna.
In questa casa vivevano due donne: quella che aveva inseguito e sua madre. Stavano sedute fuori della casa e dissero a Coyote di entrare e accomodarsi. Quando Coyote entrò, vide appese dappertutto sul muro faretre fatte di pelle di volpe.
Le donne cominciarono a cucinare le anatre, ed entrambe le mangiarono. Coyote cantava. Fece un buco nella casa e le osservò. Dopo aver mangiato la carne le donne gettarono le ossa... entrambe lo fecero.
Andate a dormire, Coyote cominciò a corteggiare la donna che aveva inseguito. Al mattino... si sentì insoddisfatto. Allora Coyote uscì e prese un bastone robusto, era una specie di dura artemisia. Lo nascose vicino alla casa… Il giorno dopo, Coyote diede la caccia alle pecore di montagna. Ne uccise una piccola e le prese l'osso collo. Mise l'osso del collo vicino alla casa nello stesso punto in cui aveva nascosto il bastone... Quella notte, i suoi corteggiamenti ebbero successo...
Al mattino entrambe le donne avevano il ventre rigonfio. La più anziana cominciò a intrecciare una brocca per l'acqua. Terminata, entrambe le donne vi misero i bambini. Poi dissero a Coyote di tornare a casa sua e di portare con sé la brocca con i bambini. Coyote partì. Quando arrivò all'oceano la donna anziana vi mise un bastone piatto e Coyote vi camminò sopra. Arrivò verso casa sua e andò a Owens Valley.
Mentre trasportava la brocca, udì un rumore e si domandò che cosa fosse. Tolse il coperchio dalla brocca e uscirono degli indiani, tantissimi indiani. Solo alcuni erano rimasti dentro alla brocca e quindi mise di nuovo il coperchio. La donna gli aveva detto di toglierlo quando fosse arrivato nel mezzo del mondo, ma lui lo tolse quando sentì il rumore. Rimise il coperchio e andò nella Valle della Morte. Qui tolse di nuovo il coperchio e uscirono gli indiani rimanenti. Questi rimasero lì. Ecco perché ora lì vi sono indiani. 

Gli occhi del cielo
guardano la Madre Terra
e con benevolenza
la protegge e la nutre
di ció che le necessita.
La Madre Terra
senza avarizia alcuna,
gli ridá ció che troppo ha ricevuto.
Nessuno prende il di piú
di quanto sia consentito,
senza nessuno abuso
e senza nessuno spreco.
Ed é cosí che in entrambi i lati
nasce il circolo della vita.

martedì 23 aprile 2013

Birgil Straight, Lakota (Osceola)

Se guardi il mondo da Lakota, esso cambia nome diventa una persona, diventa Madre Terra. Allora vedi gli uomini che la abitano sotto una prospettiva diversa. Vedi i continenti e gli oceani, vedi le forze che la percorrono. E poi guardi alle costellazioni, alle galassie e ti rendi conto che ogni cosa nell'universo ha bisogno l'una dell'altra. Allora sei in grado di capire che anche noi facciamo parte di tutto questo, in un grande, immenso disegno d'amore universale. La nostra comprensione del significato del Cerchio Sacro viene da una prospettiva come questa.


 
Dio creò terra per gli Indiani ed era come se avesse disteso un panno. Sopra vi mise gli Indiani. Sono stati creati qui, su questa terra e allora cominciarono a scorrere i fiumi. Poi Dio creò i pesci nei fiumi diede la vita alla selvaggina sulle montagne e ordinò che si moltiplicasse. Poi il Creatore diede la vita a noi Indiani. Ce ne andavamo in giro e quando vedevamo pesci e selvaggina sapevamo che erano stati creati per noi. Dio creò radici e bacche perché le donne le raccogliessero. Dio ci ha creati perché vivessimo qui ed era nostro diritto cacciare e pescare finché io e mio nonno riusciamo a tornare indietro nel tempo con la memoria. Il culto del Grande Mistero era silenzioso, solitario. Era silenzioso perché ogni discorso è inevitabilmente insufficiente e imperfetto. Le anime dei nostri antenati si elevavano a Dio in muta adorazione. Era un culto solitario perché si sapeva che Dio è più vicino in solitudine e che non è concesso a nessuno di intromettersi tra l'uomo e il suo Creatore.

Cervo Zoppo, Lakota (Osceola)

Per noi indiani c'e' la pipa la terra su cui sediamo e il cielo aperto. Lo Spirito e' dappertutto. A volte si mostra attraverso un animale, un uccello o degli alberi o delle colline. A volte parla da una pietra o anche dall'acqua.
 

sabato 20 aprile 2013

 
 
Un giorno il coyote incontrò la Volpe il cui manto splendeva di mille pietruzze. “Dove hai trovato quelle belle cose luccicanti?” chiese incuriosito all’amica. “Su quella rupe” rispose la volpe , indicandogli una grande rupe che si stagliava nitida all’orizzonte. “Ma per ottenerle dovrai pagare qualcosa”. Il Coyote, che aveva fama di furbo, andò alla rupe, prese le luccicanti perline, ma in cambio non diede nulla. Così fece per tre o quattro volte. “Bada che la rupe ti piglierà in trappola” lo ammonì la volpe; ma il coyote non le dette ascolto. Avvenne che una volta la rupe stanca di essere derubata, imprigionò il ladruncolo. “Aiutami!” gridò rivolto alla volpe. “Mi spiace” fu la risposta. “Non posso aiutare un disonesto”. Con la forza della disperazione il coyote riuscì a liberarsi dalla stretta, ma la rupe si mise ad inseguirlo; correva velocissima valicava corsi d’acqua e foreste. Proprio mentre stava per essere raggiunte il coyote sentì una voce: “Salta sopra di me e non temere”. Si guardò iontorno e vide un uccello. “Non dovrei aiutarti, ma la rupe correndo per inseguirti sta distruggendo tutti i raccolti”. Il coyote saltò sopra l’uccellino, ma la stessa cosa fece la rupe. Ma quest’ultimo gridò: “Bum!”. Immediatamente la rupe si frantumò in mille pezzi che si sparsero qua e là, formando quelle che oggi sono le Montagne Rocciose.

domenica 14 aprile 2013

Le donne Native Americane

 

In quasi tutte le tribu’ native americane, le donne erano il motore economico della tribù e garantivano il buon andamento della vita quotidiana. In alcune tribù la famiglia era matriarcale (negli Apache, ad esempio).
I loro compiti erano innumerevoli: scuoiavano animali, affumicavano la carne, confezionavano tutti gli indumenti, anche i mocassini, erano espertissime conciatrici di pelli: riuscivano a renderla morbida come un tessuto (una donna riusciva a conciare 4 pelli di montone all’anno), e poi raccoglievano la frutta, pestavano il mais e il miglio, cucinavano, montavano e smontavano le tende, e, naturalmente, accudivano i figli. Le donne indiane avevano molta cura dei loro piccoli e non si limitavano ad assicurare loro la sopravvivenza: facevano di tutto per rendere la vita bella e piacevole. Per quanto riguarda i piccoli del il popolo delle Pianure, probabilmente nessuna infanzia è stata piu’ felice : non c’erano bambini piu’ coccolati, viziati, protetti e liberi. Senza scuola, senza orari, senza disciplina convenzionale.. i bambini attraverso il gioco apprendevano le arti, la tecnica, le tradizioni, la cultura collettiva. Ed erano tutte le donne della tribù a prendersi cura del bambino, fino alla sua adolescenza.
Le donne erano anche quelle che massaggiavano i bambini piu’ volte al giorno soprattutto nei gelidi inverni delle pianure, erano quelle che per riparare i piccoli dal gelo, usavano il grasso di bisonte, e che pensavano a raccogliere il muschio fresco e assorbente che fungeva da pannolino per i piu’ piccoli.
Erano ancora le donne a realizzare (di solito durante la gravidanza) e a servirsi poi, caricandoli poi sulle spalle, bellissimi porta-enfant di morbida pelle di cerbiatto arricchita di piccolissime perline multicolori.
Tra le puerpere c’era molta solidarietà: se una non aveva abbastanza latte per nutrire il proprio bambino, ce n’era sempre un’ altra che ne aveva in eccesso e che fungeva da balia. La sera, per far addormentare i piccoli cantavano lunghe nenie. Per i problemi meno importanti, come coliche o dolori per la dentizione, erano sempre le donne a fungere da pediatre e curare il bambino con erbe medicinali, (gli analgesici piu’ usati erano la salvia e le foglie di salice).
Il cibo era sempre pronto e abbondante, conservato cotto in modo da poter essere servito in qualsiasi momento. Infatti non era destinato soltanto al consumo della famiglia, ma di chiunque arrivasse, forestieri o parenti.
Nella vita sociale degli indiani il saper preparare e servire il cibo era molto importante. Attraverso l’offerta e la condivisione del cibo, si rinsaldavano i vincoli tra l’uomo di famiglia sia con i capi del gruppo, che con i parenti della moglie.
Tutti i compiti delle donne erano considerati onorevoli e dignitosi. Nessun lavoro era ritenuto servile .
In effetti le donne erano oggetto di premure e di attenzioni: a cominciare dal mattino quando il marito spazzolava i capelli alla moglie (con una coda di porcospino attaccata ad un impugnatura decorata), le faceva le trecce e le dipingeva il viso (se dopo divenne una questione di moda, all’inizio questo cominciò per il fatto che molte donne lakota avevano una carnagione bellissima e molto delicata che mal sopportava il vento caldo e il sole bruciante delle pianure).
Il matrimonio era tenuto in grande considerazione presso i Sioux. La celebrazione (se così si può chiamare) consisteva nel fatto che il fidanzato andava a prendere la ragazza nel tepee dove alloggiava con la sua famiglia e la portava nella loro tenda (preparata precedentemente dalle donne imparentate con la sposa).
Lei dava subito dimostrazione di essere a casa sua: accendeva il fuoco al centro della tenda, sedendosi al posto della moglie a destra del focolare, di fronte si sedeva il marito, nel posto proprio del capofamiglia. Senza altre formalità erano marito e moglie.
Il matrimonio doveva essere consenziente, poteva esserci un accordo tra la famiglia di lei e quella dello sposo oppure si poteva fuggire mettendo entrambe le famiglie di fronte al fatto compiuto o ancora, in casi estremi, la donna veniva rapita direttamente, senza perdere tempo.
Anche se spesso si creavano chiacchiere e “inciuci”, non appena la sposa rimaneva incinta, tutto si metteva a tacere. Una madre conquistava automaticamente il massimo del rispetto collettivo.
La professione di madre era tenuta in grande considerazione e rispetto al punto che nel momento in cui la donna si rendeva conto di essere incinta, troncava i rapporti sessuali con il marito (cosa che non creava tensioni né contrasti: le premure dello sposo rimanevano immutate). Una volta avuto il bambino, i genitori si preoccupavano di non metterne in cantiere un altro almeno fino a quando il precedente non avesse raggiunto l’età di 5-6 anni in modo che potesse avere tutte le attenzioni possibili e che la donna non si sfiancasse troppo.
La moglie non prendeva il nome del marito né del suo clan. I bambini appartenevano al clan della madre.
Se la cerimonia del matrimonio era piuttosto semplice e diretta, il corteggiamento era invece un rito lungo e complicato: un metodo molto diffuso era quello di mettersi sulla via dell’acqua e aspettare che le donne passassero per attingere l’acqua o per lavare i panni, afferrare il lembo della sottana o colpirla a distanza con dei sassolini. Se lei rallentava il passo significava che il corteggiatore aveva il permesso di affiancarsi e parlarle, se non era interessata lo avrebbe ignorato .
Altro tipo di corteggiamento era quello della coperta: i corteggiatori si presentavano dopo il tramonto davanti al tepee della famiglia di lei e chiedevano di sedersi accanto alla ragazza, avvolgendola nella coperta. Se lei gradiva, la conversazione si prolungava, e non era raro che ci fosse qualche “approfondimento” reciproco della conoscenza del corpo dell’altro. Ma sempre da seduti. Era vietato sdraiarsi sotto la coperta. Se lei non gradiva, il corteggiatore veniva congedato in fretta.

La violenza sulle donne esisteva, ma era molto rara, forse anche perché la vendetta da parte della vittima era piuttosto dura e definitiva: le donne lakota, addestrate fin da piccole all’arte della macellazione, maneggiavano il coltello con molta facilità. Si può immaginare come potessero usare quest’abilità.. ma questa pratica non conveniva a nessuno: la donna che riusciva a compiere questa vendetta era tenuta a mantenere l’uomo castrato fino alla sua morte.

Per il divorzio nessun ricatto, nessuna spesa e nessuno avvocato: così come l’entrata della donna sanciva il suo ruolo di sposa, l’uscita dal tepee con le proprie masserizie significava la rottura del legame matrimoniale.

Al marito non restava altro che “suonare il tamburo”: si portava al centro dei cerchi di tende e gridava “questa donna non è piu’ mia. Chi la vuole se la prenda” . Se era la moglie a essere stanca del marito, lo buttava semplicemente fuori dal tepee e, se voleva, accoglierci un altro uomo non doveva dare nessuna spiegazione.
Nessun “avvocato” neanche per la spartizione dei beni: giacchè la terra non apparteneva a nessuno, non c’erano nè terre nè proprietà da dividere. Semplicemente alla donna spettavano oltre la tenda (che già era sua), un cavallo da carico, tutte le suppellettili domestiche, tutti i coltelli tranne quelli da caccia e tutte le pelli che aveva conciato durane la vita matrimoniale (tranne quelle conciate esclusivamente per il marito). A lui spettavano il piumaggio, le armi, i cavalli da caccia e da guerra. Neanche troppe storie per l’affidamento dei figli: i piccoli, quelli che ancora dovevano arrivare alla pubertà, restavano con la madre, i piu’ grandicelli andavano col padre.
In genere i divorzi erano dovuti ai tradimenti, ma se un marito infedele non poteva essere punito dalla propria donna (che aveva solo il diritto di andare in collera e di divorziare), per una donna infedele la punizione era peggiore : al primo tradimento il marito aveva il diritto di tagliarle una treccia (due se era particolarmente geloso) e se l’infedeltà era recidiva poteva arrivare a mutilarla tagliandole via il naso.
L’uomo in teoria poteva avere piu’ mogli ma erano casi rarissimi. E se succedeva era soltanto se la prima moglie era anziana e lui un guerriero ricco con molti cavalli. Era costretto infatti a mantenere tutti i parenti delle varie mogli. Avere molte moglie era anche un investimento economico: se una donna da sola conciava 4 pelli l’anno, più donne, naturalmente, avrebbero conciato piu’ pelli.
Le donne lakota erano di solito silenziose e riservate e in genere non partecipavano alla vita pubblica, ma una donna anziana e saggia o che aveva mostrato un particolare coraggio, poteva diventare parte del Consiglio Tribale.
La donna era per noi una torre di forza spirituale e morale, fino all'arrivo dell' uomo bianco, dei soldati e dei traditori che con forti bevande piegarono l'onore degli uomini e attraverso il loro potere senza valore acquistarono la virtù delle nostre mogli e figlie.

Canto Apache Chiricahua

Nessuno ama la guerra...
neanch'io!
Il sangue dell'uomo dovrebbe rimanere nelle vene.
Così io credo.
Adesso parto..


Canto Navajo


Prima della battaglia
 
 Io sono un fulmine nero.
Non visto cammino tra i mei nemici.
Di selce sono i miei mocassini.
Un sasso rosso e lucido è il mio cuore.
Fulmini e frecce schizzano dal mio corpo, nessuno osa toccarmi.
 
 
 

mercoledì 10 aprile 2013

Donations






Canto Tribe Lakota

Ora io vivo, ma non vivrò per sempre.
Misteriosa luna, tu sola resti.
Potente sole, tu splendi per sempre.
Meravigliosa Terra, tu vivi in eterno.
Gli anziani dicono che solo la Terra è eterna.
Hanno ragione. Dicono la verità.
Solo la Terra è eterna. 

Tratto dal Canto della notte Tribe Navajo


Con il cuore colmo di vita e di amore camminerò.
Felice seguirò la mia strada.
Felice invocherò le nuvole cariche d’acqua.
Felice invocherò la pioggia che placa la sete.
Felice invocherò i germogli sulle piante.
Felice invocherò polline in abbondanza.
Felice invocherò una coperta di rugiada.
Voglio muovermi nella bellezza e nell’armonia.
La bellezza e l’armonia siano davanti a me.
La bellezza e l’armonia siano dietro di me.
La bellezza e l’armonia siano sotto di me.
La bellezza e l’armonia siano sopra di me.
Che la bellezza e l’armonia siano ovunque, sul mio cammino.
Nella bellezza e nell’armonia tutto si compie.

Canto cerimoniale degli Ojibwa


Venera gli anziani: sarà come venerare la saggezza e la vita.
Venera la vita in tutte le sue forme: servirà a rinforzare il tuo spirito.
Venera le donne: sarà come venerare il dono della vita e dell'amore.
Mantieni sempre la tua parola: così facendo sarai fedele a te stesso e agli altri.
Vedi di essere gentile e buono, sempre pronto a dividere.
Vedi di essere sempre disponibile alla pace: così facendo potrai permettere a tutti di raggiungere la pace suprema.
Vedi di essere coraggioso: così facendo potrai far crescere la forza negli altri.
Vedi di essere prudente in ogni cosa, osserva, ascolta e medita ogni situazione:
così facendo potrai essere saggio.

lunedì 8 aprile 2013

Orso in piedi-Standing Bear- Teton Lakota



Ogni cosa della terra era amata

Non conosco alcuna specie di piante, uccelli o animali che fosse stata sterminata prima dell'arrivo dell'uomo bianco. Per alcuni anni, dopo la scomparsa del bisonte, rimasero ancora grosse mandrie di antilopi, ma il lavoro del cacciatore non fu solo diretto alla distruzione del bisonte e la sua attenzione fu attratta anche dal cervo. Ora sono abbondanti solo dove sono sono protetti. L'uomo bianco considerava la vita degli animali proprio come la vita degli uomini su questo continente, cioè "nociva". Le piante che gli indiani trovavano benefiche erano ugualmente considerate "nocive". Non esiste alcuna parola nel vocabolario Lakota [Dakota] con questo significato.

Vi era una grande differenza nell'atteggiamento assunto dagli indiani e dai bianchi verso la natura e questa differenza ha reso l'uno un sostenitore della protezione della vita e l'altro un non sostenitore della protezione della vita. L'indiano, come tutte le altre creature che sono nate e cresciute, è stato sostenuto da una madre comune – la terra. Perciò egli era imparentato con tutti gli esseri viventi e conferiva pari dignità a tutte le creature. Ogni cosa della terra era amata e riverita. La filosofia dei bianchi era: "Cose della terra, cose terrene" - da disprezzare e detestare. Concedeva a sé stesso posizione e autorità di creatura superiore, relegando gli altri, nello schema dell'ordine naturale, in una posizione inferiore; questo atteggiamento dominava le sue azioni verso tutte le cose. A lui spettava decidere rispetto al valore e al diritto alla vita, e così poté distruggere crudelmente. Le foreste vennero distrutte, i bisonti sterminati, i castori portati all'estinzione e le sue dighe, meravigliosamente costruite, fatte saltare con la dinamite, permettendo alle inondazioni di dare libero corso a ulteriori rovine. Gli uccelli dell'aria sono stati ridotti al silenzio, le grandi pianure erbose che addolcivano l'aria sono state sconvolte; le sorgenti, i torrenti e i laghi che erano in vita fino alla mia fanciullezza si sono prosciugati e un'intera popolazione è stata perseguitata fino alla degradazione e alla morte.
L'uomo bianco è divenuto il simbolo dell'estinzione per tutte le cose naturali di questo continente. Fra lui e gli animali non vi è alcun rapporto e questi hanno imparato a fuggire da lui perché non possono condividere il medesimo territorio.
Poiché l'indiano non era in grado e in alcuni casi si rifiutò di accettare completamente le abitudini dell'uomo bianco, così contrarie al suo retaggio e alla sua tradizione, si guadagnò la reputazione di indolente. Egli preferiva le abitudini tribali soprattutto a causa della delusione nei confronti dell'uomo bianco i cui inganni e le cui debolezze avevano riempito di sfiducia l'anima dell'indiano.
Si aggrappò ai suoi costumi e alla sua religione nativa che non poteva facilmente modificare; e così all'indiano, che aveva vissuto una vita attivissima e aveva sviluppato una perfezione fisica insolitamente elevata, veniva assegnato il marchio di un carattere indolente.
E tale reputazione, pur nella sua falsità, si è fissata nella mente dell'opinione pubblica.

mercoledì 3 aprile 2013

I Bianchi cercavano sempre di far abbandonare agli indiani il loro modo di vivere e di farli vivere come i bianchi - andare a lavorare in una fattoria, sgobbare sodo e fare come facevano loro - e gli indiani non sapevano come farlo e comunque a loro non interessava...
Se gli indiani avessero cercato di far vivere i bianchi come loro, i bianchi avrebbero opposto resistenza, e la stessa cosa accadeva con molti indiani.
Lakota Santee
 
Non farmi notare come si fa qualcosa
ma insegnamelo.
Tribe Lakota

Gli antenati amavano letteralmente il suolo:
Si sedevano o si piegavano sul terreno con la sensazione teepee erano costruiti sulla terra e i loro altari erano fatti di terra ed essa era il ricovero finale ed eterno per tutto ciò che viveva e cresceva.
Il suolo era rassicurante, rinvigorente, purificante e risanante.
Ecco perché i vecchi siedono per terra invece di sostenersi lontano dalla sua influenza vivificante. Per loro sedere o giacere sul terreno significa riflettere meglio e sentirsi più forti.